mercoledì 17 gennaio 2018

settimana 5 #SaveHumansThursday. Plastica e microplastiche nel mare (parte 1): di cosa si tratta?



Negli oceani esistono 5 enormi isole di spazzatura in corrispondenza dei principali vortici subtropicali, formate principalmente da plastica. I frammenti di plastica sono stabili, altamente resistenti e rilasciano nell'ambiente additivi e contaminanti organici persistenti che rappresentano un potenziale rischio per gli ecosistemi.


dolphin plastic bag at fernando de noronha by Jedimentat44
Recentemente una fetta considerevole dell'opinione pubblica italiana si è sollevata. Finalmente, penserà qualche malizioso lettore. Mi duole deluderlo, poiché l'acceso dissenso non ha riguardato importanti temi sociali o ambientali. Insomma le urgenti questioni del nostro tempo.

L'oggetto del contendere sono stati gli oramai famigerati sacchetti di plastica per alimenti che, loro malgrado, sono finiti in prima pagina. La legge n. 123 del 3 agosto 2017 li ha rottamati e così, dal 1 gennaio 2018, sono disponibili solo gli shopper biodegradabili e compostabili a pagamento.

Sarebbe stato auspicabile, a mio parere, intervenire in maniera ancora più incisiva, incentivando ad esempio il riuso. Insomma cosa ne vogliamo fare di tutti gli imballaggi in plastica di cui pullulano i supermercati e non solo? D'altronde tutto è perfettibile, ma la direzione non può che essere questa.

Il fatto poi che i nuovi shopper siano a pagamento può risultare seccante, è comprensibile. Lo è a prescindere dal costo quando un bene, che abbiamo sempre percepito come gratuito, all'improvviso non lo è più. D'altronde i sacchetti di plastica un costo l'hanno sempre avuto. Altissimo. Poiché devono essere prodotti, successivamente raccolti e, nella migliore delle ipotesi, riciclati. Il fatto che da oggi abbiano anche un valore economico per il consumatore, potrebbe aiutarci a comprenderne l'impatto e a farne buon uso.



L'ERA DELLA PLASTICA


by NOAA
  • La produzione mondiale di plastica ammonta a 280 milioni di tonnellate l'anno, nel 2050 si stima che raggiungerà i 400 milioni. L'Europa contribuisce per il 20%, la Cina per circa il 25%, USA, Canada e Messico per circa il 20%. In Europa il 40% della plastica viene utilizzata per gli imballaggi.
  • La plastica può finire in discarica, essere incenerita o riciclata. Il 4-10% della plastica prodotta ogni anno finisce negli oceani, circa 8 milioni di tonnellate, attraverso i fiumi, le acque reflue ma anche per l'abbandono di rifiuti nelle zone costiere e fluviali. Secondo una recente stima 1,15-2,41 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica finiscono ogni anno negli oceani attraverso i fiumi, soprattutto nel periodo che va da maggio a ottobre. Il 67% della plastica in mare proviene dai fiumi maggiormente inquinati, soprattutto in Asia. Buona parte delle plastiche che si trovano sui fondali derivano invece dalle attività di pesca e dai rifiuti urbani. In superficie, sia in mare sia sulle spiagge, ritroviamo in ordine di abbondanza sacchetti di plastica, imballaggi vari, reti da mitili e  i bastoncini dei cotton fioc. Che sono più abbondanti dei mozziconi di sigaretta e delle bottiglie per l'acqua.
  • E' stato stimato che la plastica costituisce il 60-80% dei rifiuti marini, in sostanza 5,25 trilioni di detriti di plastica del peso di 268.940 tonnellate galleggiano nel mare. Ma non sono disponibili al momento cifre definitive. Senza contare quelli che si trovano sui fondali o sulle spiagge. Dato ancora più allarmante se pensiamo che la plastica è persistente nell'ambiente e viene dispersa. 
  • Nel Mediterraneo galleggiano 250 miliardi di frammenti di plastica,  sui suoi fondali giacciono tra le 600 e le 3000 tonnellate di rifiuti, prevalentemente plastici. Lungo tutta la costa adriatica italiana c'è una fascia di frammenti di plastica ininterrotta, con una concentrazione di 10 grammi per chilometro quadrato.
by Fangz
  • Negli oceani esistono 5 enormi isole di spazzatura. Migliaia di tonnellate di frammenti di plastica si accumulano in corrispondenza dei 5 principali vortici subtropicali (Nord Pacifico, Sud Pacifico, Nord Atlantico, Sud Atlantico e Oceano Indiano) che, nei loro nuclei più densi, contano milioni di pezzi di plastica per ogni chilometro quadrato. La più grande si trova nel vortice subtropicale del Nord Pacifico: ha un'estensione tra i 700.000 e i 10 milioni di chilometri quadrati con una concentrazione di 3,34 x 106 frammenti di plastica per chilometro quadrato. Questi detriti assomigliano ad una "zuppa" in continuo movimento che si distribuisce sulla superficie ma anche lungo tutta la colonna d'acqua, fino ai fondali. Le conseguenze sugli ecosistemi non sono ancora pienamente conosciute. Ciò che sappiamo è che questo "plancton" di plastica rappresenta un ottimo substrato per i batteri, inclusi quelli patogeni per l'uomo che provengono dalle fognature. Tali batteri potrebbero trovare riparo dai trattamenti a cui vengono sottoposte le acque proprio attraverso questi frammenti di plastica che li trasportano.
  • Ma c'è qualcosa che non quadra, proprio per l'estrema difficoltà nell'effettuare monitoraggi in tal senso. Delle circa 300 milioni di tonnellate di plastica prodotte ogni anno, ne finiscono in mare 8 milioni. Tuttavia una recente indagine ne ha "contate" solo (si fa per dire) 268.000 in mare, il 3%.



DOVE FINISCE IL 95-97% DELLA PLASTICA?




La plastica in mare ha molti volti:



by Noaa
  • Macroplastiche di diametro o lunghezza superiore ai 2,5 cm. Includono sacchetti o bottiglie in plastica i cui effetti sono ben documentati su uccelli, pesci, tartarughe e mammiferi marini. Si va dal soffocamento a causa dell'ingestione a lesioni, anche mortali, dell'apparato digerente, intrappolamento nelle reti abbandonate, con conseguenti ferite mortali o morte per inedia, fino allo strangolamento;
  • Mesoplastiche di diametro o lunghezza compresi fra 0,5 e 2,5 cm;
  • Microplastiche di diametro o lunghezza inferiore a 0,5 cm e dalla forma di sfere, frammenti o filamenti. Possono essere primarie (volutamente realizzate per essere di dimensioni microscopiche come i microgranuli contenuti in molti prodotti per l'igiene personale, scrub o dentifrici, o microfibre liberate dall'abbigliamento sintetico durante i lavaggi e non trattenute dai depuratori) o secondarie (derivate dalla frammentazione delle macroplastiche operata dall'esposizione a  vento, onde e raggi ultravioletti). Non esistono attualmente dati quantitativi definitivi rispetto alla loro presenza in mare;
  • Nanoplastiche, considerate un sottoinsieme delle microplastiche, di diametro o lunghezza inferiore a un micron.


Microplastiche in spiaggia, by Francesca De Filippis
I frammenti di plastica sono considerati abbastanza stabili e altamente resistenti, potenzialmente durano da centinaia a migliaia di anni e il loro destino finale è ancora sconosciuto. Come è possibile che le stime riguardanti la plastica che galleggia sulla superficie degli oceani giustifichino solo il 3% di quella che ogni anno finisce in mare? Dove si nasconde il restante  97%? 

La realtà è che la sua destinazione finale resta per ora sconosciuta e sono state avanzate solo alcune ipotesi.

Le microplastiche sono infatti onnipresenti nei sedimenti costieri (con quantità che variano da 2 a 30 particelle ogni 250 ml di sedimento), nei ghiacci artici e finiscono inoltre sulle spiagge. Questi microscopici frammenti rappresentano un substrato per diverse comunità di microrganismi e alcuni studiosi ritengono che la maggior parte della plastica si trasformi in nanoparticelle. 

Di sicuro plastica e microplastiche vengono ingerite dagli animali marini, entrando in questo modo nella catena alimentare. 

E qui subentra un ulteriore problema. Durante la produzione della plastica vengono infatti utilizzati numerosi additivi (plastificanti, antimicrobici, ritardanti di fiamma) che possono essere rilasciati in mare con conseguenze su tutti gli organismi viventi. È stato inoltre documentato che contaminanti organici persistenti (POPs), come i pesticidi o policlorobifenili (PCB), possono essere adsorbiti dai frammenti di plastica e successivamente desorbiti, ovvero rilasciati. I POPs sono sostanze chimiche tossiche difficilmente degradabili e bioaccumulative che, dopo il loro rilascio, si diffondono attraverso l'aria, l'acqua e la catena alimentare, provocando danni all'ambiente e alla salute umana. 

By MichaelisScientists (Own work)
Il bioaccumulo viene definito come un processo che provoca un incremento della concentrazione chimica di un composto xenobiotico (una sostanza estranea alla sua normale nutrizione) in un organismo acquatico rispetto alla concentrazione presente in acqua, dovuto ad esempio all'assunzione attraverso il cibo. La biomagnificazione è un caso speciale di bioaccumulo in cui la concentrazione chimica del composto inquinante nell’organismo è maggiore rispetto alla concentrazione dello stesso composto nell’organismo che costituisce la sua dieta.



Facciamo un esempio. Anni fa venne condotto uno studio sulle concentrazioni di PCB nelle varie specie di animali che costituivano una catena alimentare nella regione dei Grandi Laghi. Il predatore all'apice di questa catena era il gabbiano reale. Nonostante la concentrazione di PCB nelle acque fosse risultata bassa, la sua concentrazione nelle uova di gabbiano reale era 5000 volte superiore rispetto a quella rilevata nei tessuti delle specie predate.

Gli animali che accumulano direttamente microplastiche sono quelli detrivori e filtratori (come le cozze), anche se l'accumulo diretto è riscontrabile anche ai livelli più alti della catena trofica. E' il caso della balenottera comune, che accumula notevoli quantità di ftalati involontariamente estratti da questi microscopici frammenti. Il processo di biomagnificazione riguarda anche il trasferimento trofico in predatori come uccelli, rettili, mammiferi marini fino ad arrivare all'uomo.

by NOAA
Non conosciamo del tutto gli effetti dell'ingestione delle microplastiche e dei contaminanti nei vari livelli della catena alimentare, ma i rischi potenziali sugli ecosistemi sono molti
Ne parleremo nelle prossime settimane in due articoli che completeranno questa serie sulle microplastiche: uno dedicato ai rischi per la fauna e uno dedicato ai rischi per la salute umana. 


I dati a disposizione devono far riflettere, ma soprattutto correre ai ripari. Non è possibile, al momento, ripulire interamente oceani e spiagge dall'immane presenza di plastica. E' necessario dunque rivedere drasticamente il modo in cui la produciamo, la consumiamo e la smaltiamo.

Nel mare ci sono anche i nostri sacchetti di plastica. Siamo parte del problema, non possiamo illuderci che non dovremo rinunciare a nulla per iniziare ad essere una piccola parte della soluzione.  

Se volete saperne di più su #SaveHumansThursday, un progetto creato da me e dalla collega e amica dott.ssa Livia Galletti, troverete tutte le informazioni qui.

Seguite gli aggiornamenti sulle nostre pagine Facebook dott.ssa Francesca De Filippis e dott.ssa Livia Galletti.

Vi aspettiamo giovedì prossimo! 


Bibliografia:

  • Cozar A et al. - Plastic debris in the open ocean - PNAS, 2014, 111 (28):10239-10244;
  • Eriksen M et al. - Plastic pollution in the world's oceans: more then 5 trillion plastic pieces weighing over 250,000 tons afloat at sea - PLOS ONE, 2014: DOI:10.1371/journal.pone.0111913;
  • GESAMP - Sources, fate and effects of microplastics in the marine environment: part two of a global assessment - (Kershaw PJ and Rochman CM eds). (IMO/FAO/UNESCO-IOC/UNIDO/WMO/IAEA/UN/UNEP/UNDP Joint Group of Experts on the Scientific Aspects of Marine Environmental Protection). Rep. Stud. GESAMP No. 93, 220 p;
  • Law KL and Thompson RC - Oceans. Microplastics in the seas - Science, 2014, 345 (6193): 144-5;
  • Lebreton LCM et al. - River plastic emissions to the world's oceans - Nat Commun, 2017, 8:15611;
  • Miller K, Santillo D and Johnston P - Plastics in Seafood- full technical review of the occurence, fate and effects of microplastics in fish and shellfish - Greenpeace Research Laboratories Technical Report (Review), 2016.