giovedì 9 marzo 2017

Con tutti gli esseri e con tutte le cose noi saremo fratelli?

Dall'Operazione San Francesco al Nuovo Piano di Conservazione e Gestione del Lupo in Italia.


Il lupo è tornato. O con l'aria che tira il "sarebbe" pare d'obbligo.

No... non è piovuto dal cielo, lanciato da aerei non meglio identificati dopo un corso accelerato di paracadutismo. Né tanto meno è stato reintrodotto, come spesso mi è capitato di sentir dire. Il lupo, protetto da normative nazionali e comunitarie, sta semplicemente e spontaneamente ricolonizzando parte del suo areale storico, ricomparendo in aree dalle quali era scomparso da tempo. Prova ne è l'unicità del lupo italiano, che ha iniziato a caratterizzarlo probabilmente dal periodo glaciale. Significa che il lupo italiano è una sottospecie a sé stante, il Canis lupus italicus per l'appunto, e si distingue da tutte le altre popolazioni di lupo nel mondo sia da un punto di vista fisico, o meglio dire morfologico, sia genetico.


Pertanto in Italia NON ci sono lupi che provengono dal Nord America, NON ci sono lupi mannari che si aggirano nelle notti di luna piena e, per fortuna, nemmeno i bambini credono più alla storia del lupo cattivo. Se qualche lettore avesse dubbi, provi a chiedere.




Il famoso lupo nero invece esiste e sarebbe comune in Nord America. La variante melanica nella colorazione del mantello di alcuni esemplari avvistati ormai da tempo (già dagli anni '70) in Italia è una variante fenotipica presente negli ibridi tra cane e lupo. E questa è una delle tristi vicende che mettono in pericolo il lupo in Italia: la cattiva gestione dei cani. Ovvero di animali abbandonati o lasciati liberi di vagare "perché il cane deve vivere libero in natura" oppure "tanto se lo libero se la saprà cavare". Tali azioni in Italia sono un reato, implicano che c'è ancora molto da fare per ampliare le conoscenze riguardo alle necessità etologiche degli animali d'affezione e, oltre a causare gravi sofferenze all'animale non custodito o abbandonato, sono un pericolo per il lupo. I cani vaganti possono competere con il lupo per il cibo, possono predare il bestiame, rappresentano per i lupi un pericolo sanitario e, appartenendo alla stessa specie, possono generare prole ibrida.




Il destino del cane, dono dell'autodomesticazione del lupo, è di vivere accanto all'uomo. Il destino del lupo è quello di vivere la sua sacrosanta esistenza libero in natura.


Bene, qualcuno dirà, ma allora dov'è il problema? Il problema è che la presenza del lupo è attualmente causa di situazioni di conflitto, soprattutto nelle regioni dalle quali era scomparso da tempo e in cui l'uomo non era più abituato a convivere e a tenere conto della presenza di questa splendida creatura, sia per i possibili episodi di predazione ai danni del bestiame domestico sia per i timori che la predazione di ungulati selvatici possa limitare la disponibilità di selvaggina per quanti praticano attività venatoria.




Si sa, la storia è ciclica e si ripete costantemente, senza che l'uomo mostri di aver compreso la lezione. La competizione con l'uomo per alcune fonti alimentari è stata già in passato la causa della persecuzione attuata ai danni del lupo e, assieme alla riduzione e frammentazione delle aree naturali e alla riduzione delle popolazioni di specie predate, ne ha provocato l'estinzione in buona parte dell'Europa tra l'800 e i primi del '900. In Italia il lupo, incluso tra le specie nocive, è stato di fatto sterminato sulle Alpi negli anni '20 e in Sicilia negli anni '40 del secolo scorso. Negli anni '70 ne rimanevano circa 100 esemplari diffusi in un areale ristretto ai massicci montuosi dell'Italia Centro-Meridionale. 

Ed è da li che tutto è ripartito. Dal Parco Nazionale d'Abruzzo, diretto all'epoca da Franco Tassi, che, in collaborazione con il WWF, lanciò l'Operazione San Francesco con il motto "Con tutti gli esseri e con tutte le cose noi saremo fratelli". Questo splendide parole sono ispirate al discorso che il capo indiano Seathl avrebbe pronunciato in risposta a chi gli proponeva l'acquisto di tutte le terre indiane, esclusa una riserva. E così, in Abruzzo, il lupo venne salvato dall'estinzione ormai prossima attraverso azioni fattive, campagne di sensibilizzazione e di educazione ma anche con la ricerca di dialogo e collaborazione con gli allevatori, che da sempre avevano convissuto con il lupo. Ed io, che in Abruzzo ci sono nata, da bambina mi sentivo rassicurata dal fatto che da qualche parte nel bosco, seppur lontano dai miei occhi, "fratello lupo" conducesse libero la propria esistenza. Che esistesse un luogo in cui una creatura a lungo perseguitata e ingiustamente temuta potesse essere amata e protetta.

Nel 1976 il lupo in Italia divenne "specie particolarmente protetta", intraprendendo il viaggio che lo ha portato oggi a ripopolare l'Appennino, parte delle Alpi Occidentali e la Lessinia. 

E oggi, dopo 40 anni di protezione, ci troviamo di fronte al nuovo "Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia" il cui voto, già rinviato per ben due volte a causa delle accese proteste, tornerà prossimamente all'esame della Conferenza Stato-Regioni.

Ma insomma, quanti lupi ci sono in Italia? La popolazione italiana non raggiunge densità elevate, la stima è di 1-3 individui per 100 km2.

La verità è che non conosciamo il numero esatto di lupi in Italia. Non esiste una stima calcolata attraverso un programma nazionale di censimento, pur essendo previsto dal precedente Piano d'Azione (2002). Dunque la stima delle dimensioni della popolazione di lupi, soprattutto per quanto riguarda la sottopopolazione appenninica, è stata ottenuta mediante strumenti di modellizzazione statistica, sulla base dei dati ottenuti in alcune aree campione.

Ebbene per quanto riguarda la sottopopolazione appenninica la mediana, sulla base di tale stima, sarebbe di 1580. Ovvero 1580 esemplari, il cui numero potrebbe però oscillare tra 1070  2472. C'è una probabilità del 50% che i numeri reali siano al di fuori di tale intervallo e una probabilità del 25% che il numero di esemplari sia al di sotto dei 1070. La sottopopolazione alpina invece oscilla tra i 100 e 130 esemplari. Per quanto concerne la sottopopolazione appenninica non sono incertezze da poco.




Soprattutto se pensiamo che in Appennino un lupo sopravvive mediamente per 5 anni. Anche i dati disponibili circa la sopravvivenza del lupo in natura non sono molti. Ciò che sappiamo per certo è che le principali cause di morte sono da imputare alla mano dell'uomo. In maniera accidentale (ad esempio tramite investimenti) o purtroppo anche volontaria. Nella provincia di Arezzo, ad esempio, il 73% degli esemplari rinvenuti privi di vita tra il 1988 e il 2005 era stato ucciso volontariamente dall'uomo. Le modalità? Armi da fuoco, esche avvelenate, lacci e chi più ne ha più ne metta. Sta di fatto che solo il 3% degli esemplari era morto per cause naturali. Mi preme sottolineare che stiamo parlando di azioni terribili, reati punibili per legge. Ma, nella realtà, i responsabili di tali efferatezze non vengono individuati quasi mai.





Photo by Oregon Department of Fish & Wildlife
E veniamo al nuovo piano di conservazione e gestione, che propone 22 azioni volte a salvaguardare la specie e a mitigare il suo impatto con le attività umane. Avere un piano è necessario, lo è ancor più che le azioni proposte vengano poi attuate. Tra le proposte c'è anche la controversa azione III.7, che prevede deroghe al divieto di rimozione di lupi dall'ambiente naturale. Ovvero l'abbattimento "controllato". In questi mesi in molti - inclusa la sottoscritta - si sono chiesti come la parola abbattimento o rimozione possa andare di pari passo con il "salvaguardare la specie". Ebbene tutto dipende da quale significato vogliamo dare alla parola conservazione, perché, a mio umilissimo parere, è questo il cuore del problema. Purtroppo tali deroghe, mai consentite prima in Italia, sono previste dalle stesse normative nazionali e comunitarie che tutelano il lupo, che stabiliscono condizioni e modalità per la loro attuazione. In una prima versione del piano, datata 25 dicembre 2015, venivano stabiliti dei limiti a tali "prelievi". Il numero di deroghe individuali concesse non sarebbe potuto essere superiore al 5% del limite inferiore della più recente stima delle due sottopopolazioni e non sarebbero state concesse deroghe nei comuni in cui era stata registrata mortalità illegale nei 3 anni precedenti. In una più recente versione, datata gennaio 2017, tali limiti non sono più riportati e si affida all'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) il compito di valutare caso per caso.

Tale proposta viene giustificata con la volontà di superare il clima di contrapposizione che sfocia in atti di bracconaggio incontrollabile. Ma come è possibile pensare di far desistere chi agisce al di fuori della legge rendendo legali, seppur controllati ed effettuati da personale specializzato, gli abbattimenti? Senza contare i costi che questo comporterebbe. Ma soprattutto tali abbattimenti servirebbero a mitigare il conflitto con le attività umane?



Gli effetti degli abbattimenti sulla predazione del bestiame in Spagna e in Nord America.




By Daniel Mott from Stockholm, Sweden  
In Spagna la gestione dei lupi comprende programmi annuali di abbattimento oltre che indennizzi per i danni al bestiame. Un recente studio (Fernández-Gil A. et al, 2016) 
ha messo in relazione il numero di esemplari abbattuti con gli episodi di predazione sul bestiame. I dati mostrano come tali episodi sono positivamente correlati con l'entità degli abbattimenti di lupi effettuati nell'anno precedente. Significa che maggiore era il numero di lupi che venivano abbattuti nell'anno precedente maggiore il numero di danni a carico del bestiame registrati nell'anno successivo. Gli studi condotti da Wielgus e Peebles (2014) volti a valutare gli effetti della mortalità dei lupi sulla riduzione degli episodi di predazione di bestiame in Idaho, Montana e Wyoming dal 1987 al 2012 (25 anni) giungono alle stesse conclusioni. Ovvero il numero di capi di bestiame predati nell'anno successivo aumenta con l'aumentare del numero di lupi abbattuti durante l'anno precedente. Per ogni lupo abbattuto aumenta del 5-6 % il numero di bovini e del 4% il numero di ovini predati. Questo fino a quando il tasso di mortalità dei lupi supera il 25% (che è il tasso di crescita medio nella regione presa in esame). Oltre tale tasso gli episodi di predazione diminuiscono, ma esso non è sostenibile per la popolazione di lupi.


Perché il numero di capi predati aumenta assieme al numero di lupi abbattuti? I lupi sono animali altamente sociali e cacciano in branco. La disgregazione dei branchi dovuta all'abbattimento di individui riproduttivi porterebbe all'aumento degli individui in dispersione (ovvero i "lupi solitari" che cercano un nuovo branco) e alla riduzione delle dimensioni dei branchi. Un lupo in dispersione, seppur essenziale per la ricolonizzazione dell'areale, potrebbe optare per prede "più semplici" rispetto agli animali selvatici. La predazione di bestiame è peraltro legata alla disponibilità di prede selvatiche e alla modalità di conduzione dei pascoli: pratiche di allevamento non adatte alla prevenzione, che si sono diffuse in aree in cui il lupo era da tempo scomparso, rendono il bestiame maggiormente suscettibile alla predazione.

In definitiva gli abbattimenti dei lupi, così come gli attualissimi fenomeni di bracconaggio, sono correlati con un aumento degli episodi di predazione del bestiame in un'area più ampia nell'anno successivo al prelievo e la rimozione dei carnivori permette solo una temporanea riduzione del numero di capi predati a livello locale. Avrebbe un effetto significativo solo a seguito di un prelievo massiccio e alla forte riduzione della densità delle popolazioni di lupo fino al punto da non renderla più compatibile con la sua conservazione. Senza contare il fatto che il lupo viene ancora considerato una specie vulnerabile secondo la Lista Rossa IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura).


La dieta dei lupi e le cascate trofiche.



I dati raccolti tra il 1976 e il 2004 mostrano che il lupo in Italia preferisce gli ungulati selvatici al bestiame. In particolare cinghiale, capriolo e cervo. Essi negli anni sono diventati la principale fonte di nutrimento del lupo con una parallela diminuzione dei fenomeni di predazione sul bestiame. In uno studio condotto nella provincia di Genova dal 1987 al 2004 la presenza di ungulati selvatici nei campioni fecali di lupo è passata dallo 0% al 70%. Naturalmente ciò può avvenire solo se gli ungulati selvatici sono disponibili con popolazioni ad elevata densità sulle quali, peraltro, i lupi potrebbero avere una funzione regolatrice. Come tutti i grandi predatori, infatti, i lupi hanno una funzione regolatrice non solo sulle popolazioni di specie predate ma possono controllare il funzionamento di interi ecosistemi, producendo cambiamenti significativi sulla vegetazione e sulla biodiversità. Stiamo parlando di cascate trofiche, ovvero degli effetti protettivi indiretti che i predatori hanno sulla vegetazione attraverso il controllo diretto effettuato sugli erbivori. Se ne accorse Charles Darwin che, per primo, comprese che gli esseri viventi che popolano un ambiente sono strettamente connessi tra di loro.  Avreste mai pensato che la sopravvivenza del trifoglio rosso e della viola del pensiero dipende dalla presenza dei gatti? Questi fiori possono essere impollinati solo dai bombi, che cooperano volentieri visto che si cibano del loro polline. Insomma bombi trifogli e violette dipendono l'uno dall'altro. D'altronde il numero di bombi dipende dal numero di topi, che distruggono i loro nidi. E poiché i gatti predano i topi possiamo certamente affermare che il numero di gatti  influenza la presenza di questi fiori.

Nel video che segue, realizzato da sustainablehuman.tv, viene mostrato cosa è accaduto quando i lupi, dopo 70 anni di assenza, sono stati reintrodotti nel Parco Nazionale dello Yellowstone. Uno straordinario esempio di cascata trofica in cui viene mostrato come i lupi, attraverso la predazione, abbiamo modificato il corso dei fiumi e dunque il territorio.




I lupi e la zootecnia.




Un'indagine condotta sui danni al bestiame domestico causati da predatori nella Provincia di Grosseto (Azione A4 - Progetto LIFE11NAT/IT/069 Medwolf) conclude che il 65% delle aziende coinvolte, adottanti una modalità di gestione del bestiame di tipo semibrado, dichiara di aver subito danni. Il 74% di tali aziende utilizza ricoveri per il bestiame accessibili ai predatori e solamente il 26% utilizza cani da guardiana per la protezione del gregge. Parimenti dall'indagine emerge che nel periodo 2007-2012 il numero di aziende che ha sottoscritto un contratto assicurativo rappresenta il 3% delle aziende presenti sul territorio provinciale, sebbene il premio sia per l'80% a carico della Regione.

L'unica maniera per mitigare i conflitti con le attività umane  nelle aree in cui il lupo è tornato è la riduzione dell'impatto predatorio sul bestiame. Essa può essere ottenuta solo promuovendo l'espansione delle popolazioni di ungulati selvatici, l'uso di strumenti di prevenzione nei pascoli e il mantenimento dell'integrità dei branchi. L'eventuale approvazione dell'azione che prevede la rimozione controllata dei lupi non sarebbe di alcun aiuto a chi è impiegato nel campo della zootecnia e, a causa del suo impatto sociale e culturale, potrebbe addirittura portare all'incremento degli episodi di bracconaggio. Progetti volti a diffondere le pratiche per la mitigazione dei danni a carico del settore zootecnico vengono già portati avanti da numerosi enti pubblici, ricercatori e associazioni ambientaliste in condivisione con le associazioni degli allevatori e sono peraltro previsti anche dal nuovo piano, dove si parla di supporto tecnico ed economico per la messa a punto di sistemi di prevenzione. Tali progetti andrebbero implementati e sostenuti, poiché solo in questo modo e intervenendo con decisione sui fenomeni di illegalità è possibile aumentare il livello di tolleranza da parte delle popolazioni umane, rendendo in questo modo la coesistenza possibile.

Naturalmente non esistono metodi di prevenzione applicabili universalmente: è necessario stabilire gli interventi più idonei da attuarsi caso per caso sulla base della tipologia e delle modalità di allevamento, della morfologia del territorio e delle modalità di ricovero e di guardiana. Uno degli strumenti più efficaci è il ricovero degli animali in strutture sicure durante la notte o la scelta di pascoli sicuri in condizioni meteo di scarsa visibilità. Ma è necessario ponderare anche la presenza del pastore accanto alle greggi come deterrente. Il lupo, infatti, dopo secoli di persecuzione ha appreso come evitare ogni contatto con gli esseri umani.



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Insostituibili alleati dell'uomo nella protezione degli animali allevati sono i cani da guardiana. Lo sono da secoli e, aiutando l'uomo ad affrontare la coesistenza con il lupo, sono di fatto anche i migliori amici del lupo (anche se loro non lo sanno). Restando entro i confini italiani parliamo ad esempio di razze come il Pastore maremmano abruzzese, da sempre impiegato sui massicci montuosi dell'Abruzzo. Il loro impiego è diminuito a partire dal secondo dopoguerra nelle aree dove il lupo era scomparso e sono stati alle volte sostituiti con i cani da conduzione. Ma i cani da conduzione sono stati selezionati per radunare e condurre le greggi. Il Pastore maremmano abruzzese il gregge lo difende, eccome se lo difende, mettendo in fuga i predatori e, di rado e unicamente se costretto, con un coraggio innato, affrontandoli. Ma in genere il predatore non rischia lo scontro e la loro maestosa presenza fa tornare a più miti consigli il malcapitato. Ho avuto l'onore di poter osservare questi impavidi guardiani all'opera: sono belli da mozzare il fiato e, se ben allevati, addestrati e rispettati nelle loro caratteristiche etologiche, sono equilibrati, pieni di dignità, fierezza e indipendenza ma anche capaci di sviluppare un fortissimo legame affettivo con gli animali che sono chiamati a proteggere.



Inoltre sono efficaci. In Portogallo l'introduzione di cani da guardiana ha ridotto dal 13% al 100% il numero di predazioni nel 75% delle greggi prese in esame, in confronto a situazioni analoghe dove erano assenti.

Tra gli altri interventi preventivi attuabili ci sono diversi tipi di recinzioni, incluse quelle elettrificate, dissuasori acustici e ottici, flardy e turboflardy (barriere realizzate con delle corde lungo le quali vengono appese fasce di tessuto colorate).

A dimostrazione del fatto che le tecniche non letali possono essere efficaci anche su larga scala è stato di recente pubblicato un case study di 7 anni (Stone S.A. et al, 2017) in cui i deterrenti non letali e le tecniche di allevamento sono stati utilizzati strategicamente per proteggere gli ovini nei pascoli pubblici in Idaho. In queste aree le perdite di ovini dovute alla predazione operata dai lupi sono state di 3,5 volte inferiori rispetto a quelle registrate in pascoli adiacenti che non avevano adottato tali misure preventive. Solo lo 0,02% degli animali è stato attaccato dai lupi, tasso decisamente più basso rispetto a quello registrato in aree dove erano previsti abbattimenti controllati dei lupi. Ciascuno tragga le proprie conclusioni. 

Per una conservazione "compassionevole".




    Copyright - CC BY-ND Tambako 2015
L'uomo non è mai stato indifferente al lupo: questo è un dato di fatto. Il lupo è stato braccato per secoli, fin quasi all'estinzione, perché ritenuto una "bestia" insaziabile e pericolosa. Insomma il lupo cattivo della favola di Cappuccetto Rosso. Su Ecobriciole se ne è parlato qui. Ma è anche una creatura verso la quale l'uomo può provare empatia, che forse più di ogni altra, per via del suo comportamento sociale, gli permette di rispecchiarsi e sentire affinità. D'altronde l'uomo ha contratto sin dalla preistoria un debito di riconoscenza nei confronti del lupo che, grazie alla sua grande adattabilità e prima della domesticazione di qualsiasi altro animale, è stato il protagonista di un processo di autodomesticazione che lo ha portato a "farsi cane", coevolvendo con gli esseri umani. Alcuni lupi hanno superato il conflitto con l'uomo imparando a cooperare. Ed esistono sempre maggiori prove scientifiche che fu proprio tale evento che permise all'uomo moderno di competere con i Neanderthal, rendendo l'Homo sapiens una specie vincente. Non è un debito da poco.


Sulla base di quanto riportato nella più recente versione del nuovo piano gli abbattimenti "controllati" verrebbero effettuati in modo da non pregiudicare uno stato di conservazione soddisfacente della specie. Ma la domanda è: anche laddove gli abbattimenti non comportassero rischi per la conservazione della popolazione di lupi, è opportuno, da un punto di vista etico, accettare la strada del controllo letale come strumento per la conservazione di una specie? E' accettabile che l'uomo disponga della vita e della morte degli altri animali al fine di rendere la loro esistenza compatibile con i propri bisogni o piuttosto sarebbe doveroso creare un ponte tra la parola conservazione e le parole empatia e compassione?

L'ho scritto più volte: tutto dipende dal significato che vogliamo dare alla parola "conservazione".



La questione della conservazione della fauna selvatica viene tradizionalmente affrontata a livello di popolazione. Secondo l'articolo 1 della Direttiva Habitat lo stato di conservazione soddisfacente per una specie è definito  "quando i dati relativi all'andamento delle popolazioni della specie indicano che tale specie continua e può continuare sul lungo termine ad essere un elemento vitale degli habitat cui appartiene; l’area di ripartizione naturale di tale specie non è in declino né rischia di declinare in un futuro prevedibile; esiste e continuerà probabilmente ad esistere un habitat sufficiente affinché le sue popolazioni si mantengano a lungo termine".
Dunque l'essenziale è che i numeri permettano di affermare che la specie continui ad esistere. Tuttavia iniziano a farsi strada, grazie a scienziati come Paquet e Bekoff, idee incentrate sull'importanza dell'animale individuale, che pongono le basi per quella che viene definita "conservazione compassionevole". Secondo tale nuovo paradigma, che ha l'obbiettivo di fondere la scienza del benessere degli animali con la biologia della conservazione, le popolazioni animali non sono entità astratte ed omogenee, ma comprendono individui unici, esseri senzienti, con i propri desideri, necessità e capacità di soffrire.



Lo stesso Bekoff scrive:



"A differenza del dominante approccio utilitaristico alla conservazione, che addebita i costi del raggiungimento degli obbiettivi di conservazione direttamente sulle spalle degli altri animali, un'etica compassionevole per la conservazione aggiunge l'empatia agli altri elementi necessari al processo decisionale. Non è una questione di diritti, ma piuttosto porta avanti un approccio concettuale scientifico e basato sulle evidenze, che stabilisce che le iniziative volte alla conservazione devono prima di tutto non arrecare danni (Bekoff, 2010). Questo è importante non solo per quello che sappiamo riguardo alla coscienza e alla sensibilità degli altri animali (Bekoff, 2007), ma anche come imperativo morale per trovare soluzioni moderne che permettano di condividere gli spazi con la natura e per promuovere la coesistenza pacifica tra le specie (Hinchliffe, 2005)."



La crescita della popolazione umana e il conseguente consumo di risorse sono diventati la variabile dominante su tutti gli altri abitanti del Pianeta.  L'impoverimento degli habitat causa traumi, sofferenze e morte degli individui. Gli effetti degli abbattimenti su una qualsiasi specie sono imprevedibili in quanto le capacità emotive e la personalità variano tra gli animali come tra gli uomini. Ed è per questo che è necessario porre le basi per una nuova etica che includa uomini, animali e ambiente naturale. 



Saremo in grado di operare questa rivoluzione nel modo che abbiamo di porci in relazione con gli altri esseri viventi e iniziare finalmente a vederci non più soli, non più in contrapposizione ma in armoniosa coesistenza con loro?



Poco meno di due secoli fa, con un pensiero incredibilmente moderno, il capo indiano Seathl, leader dei Duwamish e dei Suquamish, proseguiva il suo discorso, di cui è stata in alcuni casi messa in dubbio l'autenticità ma ritenuto generalmente veritiero, in occasione delle consultazioni per la firma di un trattato con il quale le due tribù accettavano di trasferirsi in una piccola riserva:


"Perciò noi consideriamo l’offerta di comprare la nostra terra, ma se decideremo di accettarla, io porrò una condizione. L’uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra come fratelli. Io sono un selvaggio e non capisco altri pensieri. Ho visto migliaia di bisonti che marcivano sulla prateria, lasciati lì dall'uomo bianco che gli aveva sparato dal treno che passava. Io sono un selvaggio e non posso capire come un cavallo di ferro sbuffante possa essere più importante del bisonte, che noi uccidiamo solo per sopravvivere.  
Che cosa è l’uomo senza gli animali? Se non ce ne fossero più gli indiani morirebbero di solitudine. Perché qualunque cosa capiti agli animali, presto capiterà all'uomo. Tutte le cose sono collegate.
Voi dovete insegnare ai vostri figli che il terreno sotto i loro piedi è la cenere dei nostri antenati. Affinché rispettino la terra, dite ai vostri figli che la terra è ricca delle vite del nostro popolo. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri, che la terra è nostra madre. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi.  
Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all'uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi sappiamo. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Non è stato l’uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli faccia alla tela, la fa a se stesso".


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