lunedì 13 novembre 2017

Alimentazione in autunno



Quali alimenti possono aiutarci ad affrontare l'autunno?
Ne abbiamo parlato il 2 novembre in diretta a "Detto tra noi", programma condotto da Riccarda Riccò su TRC, canale 15 del digitale terrestre (Emilia Romagna), 827 Sky e streaming www.trc.tv.

Trovate l'intervista sul canale Youtube di Ecobriciole!







domenica 23 aprile 2017

Chi Nutrirà la Terra?










Il 22 aprile si è celebrata la Giornata Mondiale della Terra.  I cambiamenti climatici, conseguenza delle emissioni di gas serra prodotti dalle attività umane, mettono in pericolo gli esseri viventi umani e non che popolano il pianeta. Il sistema alimentare è responsabile di circa un quarto delle emissioni. E' possibile scegliere un'alimentazione adeguata per l'uomo e per la Terra e accessibile per tutti? 
Guarda il nuovo video di Ecobriciole dedicato alla Terra!

Per approfondire partecipa al quiz di Ecobriciole Conosci gli alimenti amici del clima? e leggi l'articolo Un menu per la Terra e per gli uomini del 2050.

Restate connessi!

Bibliografia:


  • Springmann M, Godfray HCJ, Rayner M, Scarborough P -  Analysis and valuation of the health and climate change cobenefits of dietary change - PNAS, 2016, 113 (15): 4146-41517;
  • BCFN (Barilla Center for Food and Nutrition) - Alimentazione e Ambiente. Stili di vita sani per le persone e per il pianeta - ottobre 2013;
  • Battisti DS  and Naylor RL - Historical Warnings of Future Food Insecurity with Unprecedented Seasonal Heat - Science, 2009, 323: 240-244;
  • Scarborough P, Appleby PN, Mizdrak A, et al. - Dietary greenhouse gas emissions of meat-eaters, fish-eaters, vegetarians and vegans in the UK - Climatic Change, 2014, 125(2):179-192;
  • Woodward A and Porter JR - Food, hunger, health, and climate change - Lancet , 2016, 387: 1886–1887;
  • McMichael AJ, Powles JW, Butler CD, Uauy R - Food, livestock production, energy, climate change, and health - Lancet,  2007, 370: 1253–63;
  • Vitousek PM,  Mooney HA, Lubchenco J, Melillo JM - Human Domination of Earth’s Ecosystems - Science, 1997, 277: 494-499;
  • Food and Agriculture Organization of the United Nations - Livestock's Long Shadow. Environmental Issues and Options- FAO, 2006 , Rome, Italy;
  • WWF. 2014. Living Planet Report 2014: People and places, species and spaces. [McLellan, R., Iyengar, L., Jeffries, B. and N. Oerlemans (Eds)]. WWF, Gland, Switzerland.

martedì 28 marzo 2017

Ecobriciole compie un anno: festeggiamo con il nuovo canale Youtube!


Fra meno di un'ora Ecobriciole compirà un anno! Era il 29 marzo del 2016 quando pubblicai il primo articolo che trovate qui. Ecobriciole: un blog per parlare di scienza, nutrizione umana e impronta dei nostri consumi alimentari sull'ambiente.

Per festeggiare il suo primo anno di vita oggi vi presento il nuovo canale Youtube di Ecobriciole che ospiterà "Cucina Eretica". Assieme allo chef e maestro pizzaiolo Michele Leo entreremo nelle vostre cucine per metterci ai fornelli e parlare di tutti quegli alimenti che vengono spesso evitati perchè si teme che non giovino alla linea. Inoltre prepareremo gustosi manicaretti per i nostri pets.

Di seguito il primo video interamente dedicato alla pizza. La pizza può entrare a far parte di un'alimentazione equilibrata? Quali sono i segreti per preparare una buona pizza a casa? Quali ingredienti scegliere? Assieme a Michele Leo abbiamo messo le mani pasta per preparare la pizza in casa. Dalla classica pizza margherita ad una pizza "eretica" ai legumi. Restate connessi!





giovedì 9 marzo 2017

Con tutti gli esseri e con tutte le cose noi saremo fratelli?

Dall'Operazione San Francesco al Nuovo Piano di Conservazione e Gestione del Lupo in Italia.


Il lupo è tornato. O con l'aria che tira il "sarebbe" pare d'obbligo.

No... non è piovuto dal cielo, lanciato da aerei non meglio identificati dopo un corso accelerato di paracadutismo. Né tanto meno è stato reintrodotto, come spesso mi è capitato di sentir dire. Il lupo, protetto da normative nazionali e comunitarie, sta semplicemente e spontaneamente ricolonizzando parte del suo areale storico, ricomparendo in aree dalle quali era scomparso da tempo. Prova ne è l'unicità del lupo italiano, che ha iniziato a caratterizzarlo probabilmente dal periodo glaciale. Significa che il lupo italiano è una sottospecie a sé stante, il Canis lupus italicus per l'appunto, e si distingue da tutte le altre popolazioni di lupo nel mondo sia da un punto di vista fisico, o meglio dire morfologico, sia genetico.


Pertanto in Italia NON ci sono lupi che provengono dal Nord America, NON ci sono lupi mannari che si aggirano nelle notti di luna piena e, per fortuna, nemmeno i bambini credono più alla storia del lupo cattivo. Se qualche lettore avesse dubbi, provi a chiedere.




Il famoso lupo nero invece esiste e sarebbe comune in Nord America. La variante melanica nella colorazione del mantello di alcuni esemplari avvistati ormai da tempo (già dagli anni '70) in Italia è una variante fenotipica presente negli ibridi tra cane e lupo. E questa è una delle tristi vicende che mettono in pericolo il lupo in Italia: la cattiva gestione dei cani. Ovvero di animali abbandonati o lasciati liberi di vagare "perché il cane deve vivere libero in natura" oppure "tanto se lo libero se la saprà cavare". Tali azioni in Italia sono un reato, implicano che c'è ancora molto da fare per ampliare le conoscenze riguardo alle necessità etologiche degli animali d'affezione e, oltre a causare gravi sofferenze all'animale non custodito o abbandonato, sono un pericolo per il lupo. I cani vaganti possono competere con il lupo per il cibo, possono predare il bestiame, rappresentano per i lupi un pericolo sanitario e, appartenendo alla stessa specie, possono generare prole ibrida.




Il destino del cane, dono dell'autodomesticazione del lupo, è di vivere accanto all'uomo. Il destino del lupo è quello di vivere la sua sacrosanta esistenza libero in natura.


Bene, qualcuno dirà, ma allora dov'è il problema? Il problema è che la presenza del lupo è attualmente causa di situazioni di conflitto, soprattutto nelle regioni dalle quali era scomparso da tempo e in cui l'uomo non era più abituato a convivere e a tenere conto della presenza di questa splendida creatura, sia per i possibili episodi di predazione ai danni del bestiame domestico sia per i timori che la predazione di ungulati selvatici possa limitare la disponibilità di selvaggina per quanti praticano attività venatoria.




Si sa, la storia è ciclica e si ripete costantemente, senza che l'uomo mostri di aver compreso la lezione. La competizione con l'uomo per alcune fonti alimentari è stata già in passato la causa della persecuzione attuata ai danni del lupo e, assieme alla riduzione e frammentazione delle aree naturali e alla riduzione delle popolazioni di specie predate, ne ha provocato l'estinzione in buona parte dell'Europa tra l'800 e i primi del '900. In Italia il lupo, incluso tra le specie nocive, è stato di fatto sterminato sulle Alpi negli anni '20 e in Sicilia negli anni '40 del secolo scorso. Negli anni '70 ne rimanevano circa 100 esemplari diffusi in un areale ristretto ai massicci montuosi dell'Italia Centro-Meridionale. 

Ed è da li che tutto è ripartito. Dal Parco Nazionale d'Abruzzo, diretto all'epoca da Franco Tassi, che, in collaborazione con il WWF, lanciò l'Operazione San Francesco con il motto "Con tutti gli esseri e con tutte le cose noi saremo fratelli". Questo splendide parole sono ispirate al discorso che il capo indiano Seathl avrebbe pronunciato in risposta a chi gli proponeva l'acquisto di tutte le terre indiane, esclusa una riserva. E così, in Abruzzo, il lupo venne salvato dall'estinzione ormai prossima attraverso azioni fattive, campagne di sensibilizzazione e di educazione ma anche con la ricerca di dialogo e collaborazione con gli allevatori, che da sempre avevano convissuto con il lupo. Ed io, che in Abruzzo ci sono nata, da bambina mi sentivo rassicurata dal fatto che da qualche parte nel bosco, seppur lontano dai miei occhi, "fratello lupo" conducesse libero la propria esistenza. Che esistesse un luogo in cui una creatura a lungo perseguitata e ingiustamente temuta potesse essere amata e protetta.

Nel 1976 il lupo in Italia divenne "specie particolarmente protetta", intraprendendo il viaggio che lo ha portato oggi a ripopolare l'Appennino, parte delle Alpi Occidentali e la Lessinia. 

E oggi, dopo 40 anni di protezione, ci troviamo di fronte al nuovo "Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia" il cui voto, già rinviato per ben due volte a causa delle accese proteste, tornerà prossimamente all'esame della Conferenza Stato-Regioni.

Ma insomma, quanti lupi ci sono in Italia? La popolazione italiana non raggiunge densità elevate, la stima è di 1-3 individui per 100 km2.

La verità è che non conosciamo il numero esatto di lupi in Italia. Non esiste una stima calcolata attraverso un programma nazionale di censimento, pur essendo previsto dal precedente Piano d'Azione (2002). Dunque la stima delle dimensioni della popolazione di lupi, soprattutto per quanto riguarda la sottopopolazione appenninica, è stata ottenuta mediante strumenti di modellizzazione statistica, sulla base dei dati ottenuti in alcune aree campione.

Ebbene per quanto riguarda la sottopopolazione appenninica la mediana, sulla base di tale stima, sarebbe di 1580. Ovvero 1580 esemplari, il cui numero potrebbe però oscillare tra 1070  2472. C'è una probabilità del 50% che i numeri reali siano al di fuori di tale intervallo e una probabilità del 25% che il numero di esemplari sia al di sotto dei 1070. La sottopopolazione alpina invece oscilla tra i 100 e 130 esemplari. Per quanto concerne la sottopopolazione appenninica non sono incertezze da poco.




Soprattutto se pensiamo che in Appennino un lupo sopravvive mediamente per 5 anni. Anche i dati disponibili circa la sopravvivenza del lupo in natura non sono molti. Ciò che sappiamo per certo è che le principali cause di morte sono da imputare alla mano dell'uomo. In maniera accidentale (ad esempio tramite investimenti) o purtroppo anche volontaria. Nella provincia di Arezzo, ad esempio, il 73% degli esemplari rinvenuti privi di vita tra il 1988 e il 2005 era stato ucciso volontariamente dall'uomo. Le modalità? Armi da fuoco, esche avvelenate, lacci e chi più ne ha più ne metta. Sta di fatto che solo il 3% degli esemplari era morto per cause naturali. Mi preme sottolineare che stiamo parlando di azioni terribili, reati punibili per legge. Ma, nella realtà, i responsabili di tali efferatezze non vengono individuati quasi mai.





Photo by Oregon Department of Fish & Wildlife
E veniamo al nuovo piano di conservazione e gestione, che propone 22 azioni volte a salvaguardare la specie e a mitigare il suo impatto con le attività umane. Avere un piano è necessario, lo è ancor più che le azioni proposte vengano poi attuate. Tra le proposte c'è anche la controversa azione III.7, che prevede deroghe al divieto di rimozione di lupi dall'ambiente naturale. Ovvero l'abbattimento "controllato". In questi mesi in molti - inclusa la sottoscritta - si sono chiesti come la parola abbattimento o rimozione possa andare di pari passo con il "salvaguardare la specie". Ebbene tutto dipende da quale significato vogliamo dare alla parola conservazione, perché, a mio umilissimo parere, è questo il cuore del problema. Purtroppo tali deroghe, mai consentite prima in Italia, sono previste dalle stesse normative nazionali e comunitarie che tutelano il lupo, che stabiliscono condizioni e modalità per la loro attuazione. In una prima versione del piano, datata 25 dicembre 2015, venivano stabiliti dei limiti a tali "prelievi". Il numero di deroghe individuali concesse non sarebbe potuto essere superiore al 5% del limite inferiore della più recente stima delle due sottopopolazioni e non sarebbero state concesse deroghe nei comuni in cui era stata registrata mortalità illegale nei 3 anni precedenti. In una più recente versione, datata gennaio 2017, tali limiti non sono più riportati e si affida all'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) il compito di valutare caso per caso.

Tale proposta viene giustificata con la volontà di superare il clima di contrapposizione che sfocia in atti di bracconaggio incontrollabile. Ma come è possibile pensare di far desistere chi agisce al di fuori della legge rendendo legali, seppur controllati ed effettuati da personale specializzato, gli abbattimenti? Senza contare i costi che questo comporterebbe. Ma soprattutto tali abbattimenti servirebbero a mitigare il conflitto con le attività umane?



Gli effetti degli abbattimenti sulla predazione del bestiame in Spagna e in Nord America.




By Daniel Mott from Stockholm, Sweden  
In Spagna la gestione dei lupi comprende programmi annuali di abbattimento oltre che indennizzi per i danni al bestiame. Un recente studio (Fernández-Gil A. et al, 2016) 
ha messo in relazione il numero di esemplari abbattuti con gli episodi di predazione sul bestiame. I dati mostrano come tali episodi sono positivamente correlati con l'entità degli abbattimenti di lupi effettuati nell'anno precedente. Significa che maggiore era il numero di lupi che venivano abbattuti nell'anno precedente maggiore il numero di danni a carico del bestiame registrati nell'anno successivo. Gli studi condotti da Wielgus e Peebles (2014) volti a valutare gli effetti della mortalità dei lupi sulla riduzione degli episodi di predazione di bestiame in Idaho, Montana e Wyoming dal 1987 al 2012 (25 anni) giungono alle stesse conclusioni. Ovvero il numero di capi di bestiame predati nell'anno successivo aumenta con l'aumentare del numero di lupi abbattuti durante l'anno precedente. Per ogni lupo abbattuto aumenta del 5-6 % il numero di bovini e del 4% il numero di ovini predati. Questo fino a quando il tasso di mortalità dei lupi supera il 25% (che è il tasso di crescita medio nella regione presa in esame). Oltre tale tasso gli episodi di predazione diminuiscono, ma esso non è sostenibile per la popolazione di lupi.


Perché il numero di capi predati aumenta assieme al numero di lupi abbattuti? I lupi sono animali altamente sociali e cacciano in branco. La disgregazione dei branchi dovuta all'abbattimento di individui riproduttivi porterebbe all'aumento degli individui in dispersione (ovvero i "lupi solitari" che cercano un nuovo branco) e alla riduzione delle dimensioni dei branchi. Un lupo in dispersione, seppur essenziale per la ricolonizzazione dell'areale, potrebbe optare per prede "più semplici" rispetto agli animali selvatici. La predazione di bestiame è peraltro legata alla disponibilità di prede selvatiche e alla modalità di conduzione dei pascoli: pratiche di allevamento non adatte alla prevenzione, che si sono diffuse in aree in cui il lupo era da tempo scomparso, rendono il bestiame maggiormente suscettibile alla predazione.

In definitiva gli abbattimenti dei lupi, così come gli attualissimi fenomeni di bracconaggio, sono correlati con un aumento degli episodi di predazione del bestiame in un'area più ampia nell'anno successivo al prelievo e la rimozione dei carnivori permette solo una temporanea riduzione del numero di capi predati a livello locale. Avrebbe un effetto significativo solo a seguito di un prelievo massiccio e alla forte riduzione della densità delle popolazioni di lupo fino al punto da non renderla più compatibile con la sua conservazione. Senza contare il fatto che il lupo viene ancora considerato una specie vulnerabile secondo la Lista Rossa IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura).


La dieta dei lupi e le cascate trofiche.



I dati raccolti tra il 1976 e il 2004 mostrano che il lupo in Italia preferisce gli ungulati selvatici al bestiame. In particolare cinghiale, capriolo e cervo. Essi negli anni sono diventati la principale fonte di nutrimento del lupo con una parallela diminuzione dei fenomeni di predazione sul bestiame. In uno studio condotto nella provincia di Genova dal 1987 al 2004 la presenza di ungulati selvatici nei campioni fecali di lupo è passata dallo 0% al 70%. Naturalmente ciò può avvenire solo se gli ungulati selvatici sono disponibili con popolazioni ad elevata densità sulle quali, peraltro, i lupi potrebbero avere una funzione regolatrice. Come tutti i grandi predatori, infatti, i lupi hanno una funzione regolatrice non solo sulle popolazioni di specie predate ma possono controllare il funzionamento di interi ecosistemi, producendo cambiamenti significativi sulla vegetazione e sulla biodiversità. Stiamo parlando di cascate trofiche, ovvero degli effetti protettivi indiretti che i predatori hanno sulla vegetazione attraverso il controllo diretto effettuato sugli erbivori. Se ne accorse Charles Darwin che, per primo, comprese che gli esseri viventi che popolano un ambiente sono strettamente connessi tra di loro.  Avreste mai pensato che la sopravvivenza del trifoglio rosso e della viola del pensiero dipende dalla presenza dei gatti? Questi fiori possono essere impollinati solo dai bombi, che cooperano volentieri visto che si cibano del loro polline. Insomma bombi trifogli e violette dipendono l'uno dall'altro. D'altronde il numero di bombi dipende dal numero di topi, che distruggono i loro nidi. E poiché i gatti predano i topi possiamo certamente affermare che il numero di gatti  influenza la presenza di questi fiori.

Nel video che segue, realizzato da sustainablehuman.tv, viene mostrato cosa è accaduto quando i lupi, dopo 70 anni di assenza, sono stati reintrodotti nel Parco Nazionale dello Yellowstone. Uno straordinario esempio di cascata trofica in cui viene mostrato come i lupi, attraverso la predazione, abbiamo modificato il corso dei fiumi e dunque il territorio.




I lupi e la zootecnia.




Un'indagine condotta sui danni al bestiame domestico causati da predatori nella Provincia di Grosseto (Azione A4 - Progetto LIFE11NAT/IT/069 Medwolf) conclude che il 65% delle aziende coinvolte, adottanti una modalità di gestione del bestiame di tipo semibrado, dichiara di aver subito danni. Il 74% di tali aziende utilizza ricoveri per il bestiame accessibili ai predatori e solamente il 26% utilizza cani da guardiana per la protezione del gregge. Parimenti dall'indagine emerge che nel periodo 2007-2012 il numero di aziende che ha sottoscritto un contratto assicurativo rappresenta il 3% delle aziende presenti sul territorio provinciale, sebbene il premio sia per l'80% a carico della Regione.

L'unica maniera per mitigare i conflitti con le attività umane  nelle aree in cui il lupo è tornato è la riduzione dell'impatto predatorio sul bestiame. Essa può essere ottenuta solo promuovendo l'espansione delle popolazioni di ungulati selvatici, l'uso di strumenti di prevenzione nei pascoli e il mantenimento dell'integrità dei branchi. L'eventuale approvazione dell'azione che prevede la rimozione controllata dei lupi non sarebbe di alcun aiuto a chi è impiegato nel campo della zootecnia e, a causa del suo impatto sociale e culturale, potrebbe addirittura portare all'incremento degli episodi di bracconaggio. Progetti volti a diffondere le pratiche per la mitigazione dei danni a carico del settore zootecnico vengono già portati avanti da numerosi enti pubblici, ricercatori e associazioni ambientaliste in condivisione con le associazioni degli allevatori e sono peraltro previsti anche dal nuovo piano, dove si parla di supporto tecnico ed economico per la messa a punto di sistemi di prevenzione. Tali progetti andrebbero implementati e sostenuti, poiché solo in questo modo e intervenendo con decisione sui fenomeni di illegalità è possibile aumentare il livello di tolleranza da parte delle popolazioni umane, rendendo in questo modo la coesistenza possibile.

Naturalmente non esistono metodi di prevenzione applicabili universalmente: è necessario stabilire gli interventi più idonei da attuarsi caso per caso sulla base della tipologia e delle modalità di allevamento, della morfologia del territorio e delle modalità di ricovero e di guardiana. Uno degli strumenti più efficaci è il ricovero degli animali in strutture sicure durante la notte o la scelta di pascoli sicuri in condizioni meteo di scarsa visibilità. Ma è necessario ponderare anche la presenza del pastore accanto alle greggi come deterrente. Il lupo, infatti, dopo secoli di persecuzione ha appreso come evitare ogni contatto con gli esseri umani.



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Insostituibili alleati dell'uomo nella protezione degli animali allevati sono i cani da guardiana. Lo sono da secoli e, aiutando l'uomo ad affrontare la coesistenza con il lupo, sono di fatto anche i migliori amici del lupo (anche se loro non lo sanno). Restando entro i confini italiani parliamo ad esempio di razze come il Pastore maremmano abruzzese, da sempre impiegato sui massicci montuosi dell'Abruzzo. Il loro impiego è diminuito a partire dal secondo dopoguerra nelle aree dove il lupo era scomparso e sono stati alle volte sostituiti con i cani da conduzione. Ma i cani da conduzione sono stati selezionati per radunare e condurre le greggi. Il Pastore maremmano abruzzese il gregge lo difende, eccome se lo difende, mettendo in fuga i predatori e, di rado e unicamente se costretto, con un coraggio innato, affrontandoli. Ma in genere il predatore non rischia lo scontro e la loro maestosa presenza fa tornare a più miti consigli il malcapitato. Ho avuto l'onore di poter osservare questi impavidi guardiani all'opera: sono belli da mozzare il fiato e, se ben allevati, addestrati e rispettati nelle loro caratteristiche etologiche, sono equilibrati, pieni di dignità, fierezza e indipendenza ma anche capaci di sviluppare un fortissimo legame affettivo con gli animali che sono chiamati a proteggere.



Inoltre sono efficaci. In Portogallo l'introduzione di cani da guardiana ha ridotto dal 13% al 100% il numero di predazioni nel 75% delle greggi prese in esame, in confronto a situazioni analoghe dove erano assenti.

Tra gli altri interventi preventivi attuabili ci sono diversi tipi di recinzioni, incluse quelle elettrificate, dissuasori acustici e ottici, flardy e turboflardy (barriere realizzate con delle corde lungo le quali vengono appese fasce di tessuto colorate).

A dimostrazione del fatto che le tecniche non letali possono essere efficaci anche su larga scala è stato di recente pubblicato un case study di 7 anni (Stone S.A. et al, 2017) in cui i deterrenti non letali e le tecniche di allevamento sono stati utilizzati strategicamente per proteggere gli ovini nei pascoli pubblici in Idaho. In queste aree le perdite di ovini dovute alla predazione operata dai lupi sono state di 3,5 volte inferiori rispetto a quelle registrate in pascoli adiacenti che non avevano adottato tali misure preventive. Solo lo 0,02% degli animali è stato attaccato dai lupi, tasso decisamente più basso rispetto a quello registrato in aree dove erano previsti abbattimenti controllati dei lupi. Ciascuno tragga le proprie conclusioni. 

Per una conservazione "compassionevole".




    Copyright - CC BY-ND Tambako 2015
L'uomo non è mai stato indifferente al lupo: questo è un dato di fatto. Il lupo è stato braccato per secoli, fin quasi all'estinzione, perché ritenuto una "bestia" insaziabile e pericolosa. Insomma il lupo cattivo della favola di Cappuccetto Rosso. Su Ecobriciole se ne è parlato qui. Ma è anche una creatura verso la quale l'uomo può provare empatia, che forse più di ogni altra, per via del suo comportamento sociale, gli permette di rispecchiarsi e sentire affinità. D'altronde l'uomo ha contratto sin dalla preistoria un debito di riconoscenza nei confronti del lupo che, grazie alla sua grande adattabilità e prima della domesticazione di qualsiasi altro animale, è stato il protagonista di un processo di autodomesticazione che lo ha portato a "farsi cane", coevolvendo con gli esseri umani. Alcuni lupi hanno superato il conflitto con l'uomo imparando a cooperare. Ed esistono sempre maggiori prove scientifiche che fu proprio tale evento che permise all'uomo moderno di competere con i Neanderthal, rendendo l'Homo sapiens una specie vincente. Non è un debito da poco.


Sulla base di quanto riportato nella più recente versione del nuovo piano gli abbattimenti "controllati" verrebbero effettuati in modo da non pregiudicare uno stato di conservazione soddisfacente della specie. Ma la domanda è: anche laddove gli abbattimenti non comportassero rischi per la conservazione della popolazione di lupi, è opportuno, da un punto di vista etico, accettare la strada del controllo letale come strumento per la conservazione di una specie? E' accettabile che l'uomo disponga della vita e della morte degli altri animali al fine di rendere la loro esistenza compatibile con i propri bisogni o piuttosto sarebbe doveroso creare un ponte tra la parola conservazione e le parole empatia e compassione?

L'ho scritto più volte: tutto dipende dal significato che vogliamo dare alla parola "conservazione".



La questione della conservazione della fauna selvatica viene tradizionalmente affrontata a livello di popolazione. Secondo l'articolo 1 della Direttiva Habitat lo stato di conservazione soddisfacente per una specie è definito  "quando i dati relativi all'andamento delle popolazioni della specie indicano che tale specie continua e può continuare sul lungo termine ad essere un elemento vitale degli habitat cui appartiene; l’area di ripartizione naturale di tale specie non è in declino né rischia di declinare in un futuro prevedibile; esiste e continuerà probabilmente ad esistere un habitat sufficiente affinché le sue popolazioni si mantengano a lungo termine".
Dunque l'essenziale è che i numeri permettano di affermare che la specie continui ad esistere. Tuttavia iniziano a farsi strada, grazie a scienziati come Paquet e Bekoff, idee incentrate sull'importanza dell'animale individuale, che pongono le basi per quella che viene definita "conservazione compassionevole". Secondo tale nuovo paradigma, che ha l'obbiettivo di fondere la scienza del benessere degli animali con la biologia della conservazione, le popolazioni animali non sono entità astratte ed omogenee, ma comprendono individui unici, esseri senzienti, con i propri desideri, necessità e capacità di soffrire.



Lo stesso Bekoff scrive:



"A differenza del dominante approccio utilitaristico alla conservazione, che addebita i costi del raggiungimento degli obbiettivi di conservazione direttamente sulle spalle degli altri animali, un'etica compassionevole per la conservazione aggiunge l'empatia agli altri elementi necessari al processo decisionale. Non è una questione di diritti, ma piuttosto porta avanti un approccio concettuale scientifico e basato sulle evidenze, che stabilisce che le iniziative volte alla conservazione devono prima di tutto non arrecare danni (Bekoff, 2010). Questo è importante non solo per quello che sappiamo riguardo alla coscienza e alla sensibilità degli altri animali (Bekoff, 2007), ma anche come imperativo morale per trovare soluzioni moderne che permettano di condividere gli spazi con la natura e per promuovere la coesistenza pacifica tra le specie (Hinchliffe, 2005)."



La crescita della popolazione umana e il conseguente consumo di risorse sono diventati la variabile dominante su tutti gli altri abitanti del Pianeta.  L'impoverimento degli habitat causa traumi, sofferenze e morte degli individui. Gli effetti degli abbattimenti su una qualsiasi specie sono imprevedibili in quanto le capacità emotive e la personalità variano tra gli animali come tra gli uomini. Ed è per questo che è necessario porre le basi per una nuova etica che includa uomini, animali e ambiente naturale. 



Saremo in grado di operare questa rivoluzione nel modo che abbiamo di porci in relazione con gli altri esseri viventi e iniziare finalmente a vederci non più soli, non più in contrapposizione ma in armoniosa coesistenza con loro?



Poco meno di due secoli fa, con un pensiero incredibilmente moderno, il capo indiano Seathl, leader dei Duwamish e dei Suquamish, proseguiva il suo discorso, di cui è stata in alcuni casi messa in dubbio l'autenticità ma ritenuto generalmente veritiero, in occasione delle consultazioni per la firma di un trattato con il quale le due tribù accettavano di trasferirsi in una piccola riserva:


"Perciò noi consideriamo l’offerta di comprare la nostra terra, ma se decideremo di accettarla, io porrò una condizione. L’uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra come fratelli. Io sono un selvaggio e non capisco altri pensieri. Ho visto migliaia di bisonti che marcivano sulla prateria, lasciati lì dall'uomo bianco che gli aveva sparato dal treno che passava. Io sono un selvaggio e non posso capire come un cavallo di ferro sbuffante possa essere più importante del bisonte, che noi uccidiamo solo per sopravvivere.  
Che cosa è l’uomo senza gli animali? Se non ce ne fossero più gli indiani morirebbero di solitudine. Perché qualunque cosa capiti agli animali, presto capiterà all'uomo. Tutte le cose sono collegate.
Voi dovete insegnare ai vostri figli che il terreno sotto i loro piedi è la cenere dei nostri antenati. Affinché rispettino la terra, dite ai vostri figli che la terra è ricca delle vite del nostro popolo. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri, che la terra è nostra madre. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi.  
Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all'uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi sappiamo. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Non è stato l’uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli faccia alla tela, la fa a se stesso".


Bibliografia:

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Cadete D., Pinto S., Vilà C., Fernandéz Gil A. (2016). Dossier: Towards a Wolf Conservation and Management Plan for Italy. LAV.

Caniglia R., Fabbri E., Greco C., Randi E. (a cura di) (2006). Ricerca scientifica e strategie per la conservazione del lupo (Canis lupus) in Italia. Quad. Cons. Natura, 33, Min. Ambiente – ISPRA.

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Fernández-Gil A., Naves J., Ordiz A., Quevedo M., Revilla E., Delibes M. (2016). Conflict Misleads Large Carnivore Management and Conservation: Brown Bears and Wolves in Spain. PLoS ONE, 11(3): e0151541. doi: 10.1371/journal.pone.0151541.

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Ricci S. (2013). Indagine sui danni al bestiame domestico causati da predatori in Provincia di Grosseto. Azione A4 – Relazione tecnica. Progetto LIFE11NAT/IT/069 Medwolf.

Rondinini C., Battistoni A., Peronace V., Teofili C. (2013). Lista Rossa IUCN dei Vertebrati Italiani. Comitato Italiano IUCN e Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Roma.

Stone S.A., Breck S.W., Timberlake J., Haswell P.M., Najera F., Bean B.S., Thornhill D.J. (2017). Adaptive use of nonlethal strategies for minimizing wolf–sheep conflict in Idaho. Journal of Mammalogy, 98:33–44.

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domenica 25 dicembre 2016

La vera storia di Cappuccetto Rosso: quando l'uomo incontrò il lupo



Ad un certo punto della storia l'uomo incontrò il lupo per davvero. E questa amicizia millenaria è arrivata fino ad oggi. Ma cosa portò il lupo a diventare cane? E quali effetti ebbe questo incontro sull'evoluzione dell'uomo?





C'era una volta...

Come i fratelli Grimm abbiano potuto pensare, anche solo lontanamente, che Cappuccetto Rosso fosse una favola per bambini rappresenta per me un mistero.
Insomma: la nonna malata che vive da sola in un luogo non meglio identificato in un bosco, la mamma che inspiegabilmente invita la ragazzina ad attraversare da sola il suddetto bosco, l'intervento salvifico del cacciatore e il gran finale  splatter, degno di "Non aprite quella porta", a cui prendono parte pure la nonna e Cappuccetto Rosso. 

Considerando questi elementi al lettore non potrà di certo sfuggire che in questa vicenda il problema più grande non è di certo rappresentato dal lupo (quello vero intendo). Perché il lupo vero NON mangia la nonna e neppure Cappuccetto Rosso, NON porta via i bambini (nemmeno quando ha il manto nero) e tendenzialmente "svicola tutto a mancina" se sente l'odore dell'uomo. Tanto che incrociare la sua strada e poterlo osservare per pochi istanti è un evento raro e quantomai prezioso. 







I bracconieri invece esistono eccome e continuano a perseguitare impunemente il lupo che, dopo aver rischiato l'estinzione 40 anni fa a causa della pressione venatoria, è stato inserito dalla normativa italiana tra le "specie particolarmente protette". Vuol dire che a questi signori non dovrebbe venire in mente di torcergli neppure un pelo. 

Che il lettore tragga liberamente la propria personale morale, io la mia la trassi qualche anno fa (mi si consenta una licenza poetica). E, date le mie accese proteste, Cappuccetto Rosso non fu più annoverato tra i racconti da leggere prima della nanna. A questo punto mi sento di rivolgere un accorato appello a tutti i genitori che minacciano l'indisciplinata prole con lo spauracchio del famoso "lupo nero": per tenere a bada pargoli vivaci o metterli in guardia dai pericoli sono certa che potranno trovare esempi infinitamente più calzanti. 






Ma insomma perché tutte queste storie per una favola? Forse perché io il lupo ho avuto la fortuna di incontrarlo. Dopo aver incrociato per pochi istanti il suo sguardo, qualcosa di indefinito di lui è rimasto scolpito nel mio cuore, tanto che ancora oggi non mi abbandona. 

E poi perché un lupo, ad certo punto della storia umana, incontrò Cappuccetto Rosso (o qualcun altro per lei) per davvero e lì accadde un fatto senza precedenti, considerando che stiamo parlando di un grande carnivoro. Perché alcuni lupi si "fecero" cane, dando inizio a quello che, a mio umilissimo parere, rappresenta uno degli esempi più belli di coevoluzione nella storia della biologia. Semplicisticamente potremmo definire la coevoluzione come un processo evolutivo in cui due o più specie interagiscono fra loro tanto strettamente da influenzarsi, di modo che ciascuna si adatti all'altra. Un po come alcuni fiori che hanno adattato la propria forma agli insetti impollinatori, e viceversa. 


E' chiaro che, stanti così le cose, la storia di Cappuccetto Rosso potrebbe avere un finale completamente diverso. Insomma una favola con happy end incluso, degna del Natale. 
Consideratelo il mio personale regalo a tutti i lettori di Ecobriciole. 

Ringrazio di cuore il collega Stefano Spagnulo per essermi stato d'ispirazione per questo articolo, per la sua passione per la biologia, che condividiamo, e per avermi aiutata nella ricerca bibliografica. Chi vorrà approfondire troverà tutti i riferimenti in fondo all'articolo. 




Ma insomma come avvenne la "domesticazione" del lupo? Quando il lupo, da predatore che era, iniziò a camminare accanto all'uomo che, prima della domesticazione di qualsiasi altro animale o pianta, lo scelse a sua volta come compagno di viaggio? Non è una domanda da poco, visto che fare luce su questi aspetti svelerebbe molto della vita dell'uomo preistorico. Ebbene il mistero non è stato ancora del tutto risolto, in compenso molte teorie sono state avanzate. 












Resti di un uomo e di cane sepolti assieme
12.000  anni fa in Israele

Di certo i cani discendono dal lupo grigio con il quale condividono il 99,9% del DNA. E qui finiscono le certezze. 

Negli anni '70 gli scienziati portarono alla luce i resti di un cucciolo seppellito tra le braccia del suo compagno umano 12.000 anni fa in Israele: un simbolo di eterna amicizia. Per  questo si ipotizzò che la domesticazione avvenne nell'attuale Medio Oriente prima che il Neolitico avesse inizio. Il fatto è che scavi successivi portarono alla luce reperti databili anche 16.000 anni fa in Russia o Germania. Infine subentrarono le indagini genetiche che portarono ancora più indietro le lancette del tempo, collocando la domesticazione del lupo probabilmente a circa 30.000 anni fa (tanto per intenderci esisteva ancora l'uomo di Neanderthal, che si sarebbe estinto di li a poco). Significa che la linea evolutiva del cane odierno (Canis lupus familiaris) e quella del lupo grigio (Canis lupus lupus) potrebbero essersi separate poco meno di 30.000 anni fa.  



Eppure ancora oggi le origini temporali e geografiche del cane restano controverse. Taluni ritengono che il cane abbia avuto origine da processi di domesticazione avvenuti indipendentemente in più aree geografiche, mentre altri pensano che tale processo sia avvenuto in un unico luogo, ma non ci è dato sapere se si tratti di Europa, Asia Centrale o Estremo Oriente. 
Recenti analisi genetiche hanno portato a ipotizzare che due differenti popolazioni di lupi, oggi estinte, furono domesticate in Estremo Oriente e in Europa, prima che l'uomo divenisse un agricoltore stanziale. La popolazione domesticata in Oriente accompagnò le popolazioni dell'Est durante le migrazioni che le portarono a raggiungere l'Europa Occidentale circa 14.000 anni fa. Qui rimpiazzò parzialmente la popolazione indigena di cani paleolitici. 


Fu l'uomo a scegliere il lupo o il lupo che scelse l'uomo?


Nel 1907 lo scienziato britannico Francis Galton suggerì che i cani entrarono nelle nostre vite quando i nostri antenati introdussero negli accampamenti cuccioli di lupo e li allevarono. Tale ipotesi fu sostenuta da buona parte della comunità scientifica per molte decadi. Tuttavia tale processo di domesticazione avrebbe richiesto moltissimo tempo, centinaia probabilmente migliaia di anni. Un tenero lupacchiotto portato via dal branco di origine, una volta cresciuto, sarebbe comunque diventato un animale selvatico non per forza amichevole nei confronti dell'uomo. E allora cosa accadde? 



Ad oggi sono in molti a propendere per l'ipotesi dell'auto-domesticazione, ovvero fu il lupo ad avvicinarsi allo strano bipede senza pelliccia e così domesticò se stesso. Come gli venne in mente una cosa del genere? Insomma  uomini e lupi vivevano in conflitto, insieme preda e predatore l'uno dell'altro. Si erano dati la caccia a lungo e sicuramente competevano per le stesse prede. Il fatto che ad un certo punto abbiano scelto di unire le forze per aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza è di certo un'ipotesi affascinante. E, a parere di alcuni studiosi, furono proprio alcuni esemplari di lupo, quelli meno aggressivi e diffidenti, ad avvicinarsi agli accampamenti umani. 






Furono probabilmente attratti dalle carcasse abbandonate dagli uomini subito fuori gli insediamenti. Questi lupi, nutrendosi dei resti lasciati dagli uomini, vissero più a lungo e diedero vita a molti cuccioli. Di generazione in generazione si avvicinarono sempre di più all'uomo fino a quando, possiamo immaginare, un esemplare più audace si avvicinò a tal punto da poter mangiare dalle sue mani. 
D'altronde gli uomini non vedevano in questi lupi alcun pericolo, non mostravano aggressività, pertanto lasciarono che vivessero nei pressi dei loro accampamenti. Realizzarono poi nel tempo che potevano trarre molti vantaggi dalla loro vicinanza. Non da ultimo il fatto che probabilmente questi branchi di lupi, pur non essendo ancora del tutto domesticati, difendevano l'accampamento da altri predatori pericolosi per l'uomo, inclusi altri canidi.  

Ebbe inizio, così, una seconda e più attiva fase della domesticazione che portò ad "allevare" e dunque selezionare quegli ancestrali canidi perché esprimessero sempre meglio quelle doti di cacciatori, pastori e guardiani che li rendevano così preziosi. Senza contare che questi cani continuarono ad incrociarsi coi lupi. L'incontro con il cane probabilmente permise all'uomo moderno di competere con i Neanderthal rendendo l'Homo sapiens una specie vincente.






L'amicizia con il cane ebbe probabilmente un impatto enorme sull'evoluzione umana. Ma per quale motivo molti umani stabiliscono un rapporto di amicizia e vicinanza con i cani? Secondo l'etologo Takefumi Kikusui quando uomo e cane si guardano negli occhi, entrambi sperimentano un innalzamento dei livelli di ossitocina, un ormone che possiede la capacità di regolare i comportamenti sociali e materni, favorendo lo sviluppo dell'istinto parentale e dunque del prendersi cura della prole. Lo stesso ormone viene prodotto quando la mamma e il bambino stanno assieme. 

La tendenza a rispondere con comportamenti parentali tutte le volte che si riconosce un cucciolo o un individuo che ne ha i caratteri è mossa dalla motivazione epimeletica. Essa viene espressa anche in altri mammiferi e uccelli. I motori che la accendono sono l'empatia e la tenerezza, essa pertanto è alla base di comportamenti altruistici non solo tra individui della stessa specie, ma anche tra individui appartenenti a specie diverse. Sono noti casi di adozione da parte di un predatore di cuccioli appartenenti a specie abitualmente predate. 


Probabilmente alla base della domesticazione ci fu molto di più del reciproco vantaggio nel soddisfacimento di bisogni alimentari e di protezione. Non si può infatti escludere l'ipotesi del maternaggio, ovvero di donne che hanno allattato, negli antichi insediamenti umani, cuccioli di lupo rimasti orfani per vari motivi. La motivazione epimeletica rappresenta infatti uno dei comportamenti più profondi e radicati e potrebbe essere stata parte integrante nel processo di domesticazione del lupo. Ancora oggi esistono popolazioni in cui viene comunemente praticato il maternaggio di cuccioli di altre specie, come nel caso della tribù di Awà-Guajà, una delle ultime popolazioni di cacciatori-raccoglitori in Brasile.

Alcuni ricercatori si sono spinti ancora oltre. Il biologo Greger Larson ha per esempio affermato:
"Più ne sappiamo riguardo al processo che portò i cani ad integrarsi nella società umana, più conoscenze acquisiamo sulle origini della civiltà". In sostanza senza la domesticazione del cane probabilmente non ci sarebbe stata la domesticazione di nessuna altra specie, ne tanto meno la civiltà come la conosciamo ora. 


Come gli umani addomesticarono i cani e i cani addomesticarono gli umani

Dunque uomo e cane si incontrarono, iniziarono a collaborare e infine fecero molto di più. Una delle teorie più affascinanti è quella secondo cui uomo e cane si sarebbero evoluti in parallelo, influenzandosi a vicenda. Sia per quanto concerne la genetica, sia per quello che riguarda i comportamenti sociali. 


L'amicizia con l'uomo generò non pochi cambiamenti nel mantello, nelle orecchie e nelle code dei lupi. Essi impararono peraltro a leggere prontamente i gesti umani, cosa in cui neppure altri primati, più vicini geneticamente all'uomo, riescono così bene. I cani moderni mostrano differenze significative rispetto ai lupi per i geni coinvolti in due ruoli chiave: lo sviluppo del cervello e il metabolismo. Questo spiegherebbe perché i cani adulti non mostrano aggressività verso l'uomo, mentre i lupi adulti sono elusivi. Inoltre i cani hanno evoluto meccanismi che gli consentono di digerire l'amido assenti nei lupi (no... questo non significa che potete dargli le lasagne). In altre parole i cani hanno vissuto con l'uomo lo sviluppo dell'agricoltura, evolvendo anche tramite questo evento epocale. 





E l'uomo? Molti autori parlano del ruolo giocato dai cani "nell'umanizzazione delle scimmie" o anche nella "lupizzazione dell'uomo". 


Konrad Lorenz scrisse: "Di tutte le creature la più vicina all'uomo nella finezza delle sue percezioni e nella sua capacità di dare vera amicizia è una femmina di cane".

Come affermò la stessa Jane Goodall, pioniera negli studi sugli scimpanzè, quando venne invitata a commentare l'osservazione di Lorenz: gli scimpanzè hanno spesso comportamenti individualisti. I cani discendono dai lupi, che invece sopravvivono collaborando. Essi cacciano insieme, condividono la tana e crescono i cuccioli insieme, nonostante solo alla coppia dominante sia consentito riprodursi. In sostanza sanno che insieme sono più forti. Gli uomini potrebbero aver appreso i vantaggi del vivere in gruppi più estesi e del cacciare in branco, differenziandosi in questo modo ad esempio dagli scimpanzè a loro geneticamente più vicini, dalla loro relazione con il cane?
Alcuni studiosi si spingono addirittura a ipotizzare che la capacità di stringere amicizia derivi da questo rapporto così forte.

Ciò che questa bella favola, realmente accaduta migliaia di anni fa, ci insegna è che non è il più forte o il più sanguinario ad affermarsi, come vorrebbero farci credere alcune interpretazioni aberranti dei concetti di evoluzione e selezione naturale. La selezione naturale, con i suoi tempi certamente, non ha mai premiato comportamenti individualistici o egoistici. Non è la più intelligente delle specie quella che sopravvive, non è nemmeno la più forte; la specie che sopravvive è quella che è in grado di adattarsi e di adeguarsi meglio ai cambiamenti dell'ambiente in cui si trova. Questa frase viene spesso erroneamente attribuita a Darwin, che mi piace considerare come il papà di tutti i biologi, anche se, pur semplificando parecchio, riassume bene alcuni concetti espressi in "L'origine delle specie".


Un finale diverso


"C'era una volta una bambina di nome Cappuccetto Rosso. Cappuccetto Rosso aveva una nonna che viveva in una casetta nel bel mezzo di un bosco, lontano dal villaggio. Il lettore si chiederà cosa ci facesse la nonna, che aveva i suoi acciacchi, da sola in mezzo al bosco. Non ci è dato saperlo, così è la storia. Fatto sta che Cappuccetto Rosso doveva fare molta strada per portarle ciò di cui aveva bisogno. Un giorno, carica di focacce e manicaretti di ogni tipo, percorreva tranquilla la sua strada, quando si accorse che un lupo, con fare discreto, la stava osservando nascosto tra i rami di un cespuglio. Il lupo - ma che bello che era? - non era poi così male come lo descrivevano in fondo! Così proseguì per la sua strada. Il lupo, dal canto suo, era indeciso se potersi fidare o meno di questo curioso animale senza pelliccia, d'altronde non sembrava pericoloso e, in questo caso, nemmeno armato. E poi che profumino veniva fuori dalla sua sacca! Meglio stare a vedere cosa poteva venirne fuori. E così il lupo, di natura guardingo e sfuggente, decise di seguire la bambina. D'altronde è risaputo: in ogni specie prima o poi nasce un individuo gagliardo che decide - beninteso, con le sue paure! - di vedere cosa c'è oltre le strade di consueto percorse. Così arrivarono assieme davanti alla casa della nonna. Cappuccetto Rosso si voltò incuriosita, insomma cosa voleva de lei questo lupo? Il lupo, nel frattempo, si era seduto e stava li a fissarla con aria interrogativa.

- Oh, lupo, che orecchi grandi hai! -
- Così da poterti avvisare di ogni pericolo e per accompagnarti nella caccia! Anche perché se aspettiamo te facciamo notte! -

- Oh, lupo, che occhi grandi che hai! -

- Ma sei di coccio? Non lo hai letto tutto il polpettone sulla motivazione epimeletica? -

- Oh, lupo, e che bocca grande che hai! -
-  Ah, quella è direttamente proporzionale alla quantità di cibo che mi vedrai letteralmente fagocitare per poi guardarti, dopo 3 minuti d'orologio, come se non mi nutrissi da giorni! Dai, poi un bacino ogni tanto te lo do lo stesso! -

Proprio in quel momento la nonna aprì la porta ed esclamò - Cappuccetto Rosso no! Va bene scoiattoli, lucertole, piccioni, rondini e tutta l'arca di Noè... ma pure lupi devi portare in casa? Ma insomma, non potevi studiare medicina o giurisprudenza, come tutte le tue amiche, invece di biologia? - 

Ma il lupo non era interessato a questo noioso questionare umano, pertanto entrò in casa e andò ad accucciarsi comodamente vicino al caminetto, che tentassero pure di farlo andare via! Poi con la nonna se la sarebbe vista Cappuccetto Rosso.

Il cacciatore, nel mentre, era comodamente disteso sul divano, quel giorno non aveva voglia di uscire. E nemmeno i cani, troppo freddo. Per cui decise di guardare le sue serie tv preferite per tutto il pomeriggio."

Morgana & Me
La favola che descrive l'incontro tra l'uomo e il lupo che si è fatto cane è una storia d'amore che dura da migliaia di anni. 

Antoine de Saint-Exupéry scriveva ne "Il Piccolo Principe":

"La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: «Per favore... addomesticami», disse. «Volentieri», rispose il piccolo principe, «ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose». 
«Non si conoscono che le cose che si addomesticano», disse la volpe. «Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!»"

Buon Natale a tutti da Ecobriciole!





Bibliografia

Grimm D - Dawn of the dog - Science, 2015; 348(6232):274-9

Spagnulo S - Il Lupo e la Balia - I Nostri Cani (ENCI), 2011: 23-24

Wayne RK  and Ostrander EA - Lessons learned from the dog genome - TRENDS in Genetics, 2007; 23(11)

Skoglund P, Ersmark E, Palkopoulou E, Dalén L - Ancient Wolf Genome Reveals an Early Divergence of Domestic Dog Ancestors and Admixture into High-Latitude Breeds - Current Biology, 2015; 25: 1515–1519

Schleidt WM and Shalter MD - Co-evolution of Humans and Canids. An Alternative View of Dog Domestication: Homo Homini Lupus?- Evolution and Cognition, 2003; 9(1)

Guo-dong Wang et al - The genomics of selection in dogs and the parallel evolution between dogs and humans - Nature Communications, 2013

Freedman AH et al - Genome Sequencing Highlights the Dynamic Early History of Dogs - PLOS Genetics, 2014; 10(1)

McCormick, F -  Genomic and archaeological evidence suggest a dual origin of domestic dogs - Science, 2016; 352(6290)






giovedì 24 novembre 2016

Alimentazione nella donna: ciclo mestruale, appetito e dimagrimento


Le fluttuazioni ormonali che avvengono durante il ciclo mestruale influenzano l'appetito. Alcuni ricercatori dell'Università di Copenaghen hanno proposto un'alimentazione armonizzata con tali fluttuazioni e indagato sui suoi effetti sul dimagrimento. 



Lo si sapeva già da tempo. Noi donne intendo. E a dirla tutta lo dice anche la scienza, già da un po'. Le fluttuazioni ormonali che avvengono durante il ciclo mestruale influenzano l'appetito. Per cui se nei giorni che precedono le mestruazioni vi sentite attanagliate da una fame atavica - e di conseguenza la tavoletta di cioccolato nella dispensa non è più al sicuro - niente paura: esiste una spiegazione. Ma attenzione a non generalizzare! I meccanismi che regolano la ricerca del cibo e che possono portare ad eccessi sono molti. Su Ecobriciole se ne è parlato in questo articolo dedicato al dieting.

Il ciclo mestruale dura generalmente 28 giorni e può essere suddiviso in tre fasi:

  • Fase mestruale (primi 4 giorni del ciclo);
  • Fase follicolare che dura fino all'ovulazione (dal 5° al 15° giorno). Durante tale fase c'è un picco di estrogeni nel sangue, che precede l'ovulazione;
  • Fase luteinica (dal 16° al 28°). A metà di tale fase c'è un picco di progesterone nel sangue.





La stragrande maggioranza degli studi dedicati alla relazione tra abitudini alimentari e ciclo mestruale ha evidenziato che le donne tendono a mangiare di più nella fase luteinica, che precede le mestruazioni. Questa tendenza non è stata osservata in donne che fanno uso di contraccettivi orali o in presenza di cicli anovulatori. Nella maggior parte dei casi il momento dell'ovulazione rappresenta invece quello in cui la richiesta di cibo è minore.
E non è finita. Non è solo il comportamento alimentare a cambiare. Sembrerebbe che, dopo l'ovulazione, le richieste energetiche dell'organismo siano lievemente superiori. E allora un pezzetto di cioccolata fondente o del nostro dolce preferito, magari a merenda, non sono poi la fine del mondo!





Gli effetti delle fluttuazioni ormonali influenzano il comportamento alimentare.
Ma è vero anche il contrario. Ovvero un'alimentazione lontana dalle necessità fisiologiche dell'organismo può avere un impatto sugli ormoni e, in alcuni casi, contribuire alle irregolarità nel ciclo mestruale e all'infertilità.



Le donne possono incontrare maggiori difficoltà rispetto agli uomini quando intraprendono un programma di dimagrimento. Questo potrebbe essere dovuto alle variazioni che avvengono a carico del metabolismo basale e della regolazione dell'appetito: nelle donne la secrezione degli ormoni riproduttivi controlla il ciclo mestruale e influenza apporto energetico, spesa energetica e stoccaggio delle risorse, mentre il corpo si prepara ogni mese per una gravidanza.
Quali sono le ipotesi avanzate dai ricercatori?

Sono probabilmente gli estrogeni ad avere un ruolo nella riduzione dell'appetito e dunque dell'apporto energetico durante la fase follicolare. O, probabilmente, l'aumento dell'appetito nella fase che precede le mestruazioni dipende dall'effetto combinato della diminuzione dei livelli plasmatici di estrogeni e di aumento di quelli di progesterone. Il progesterone, infatti, promuove l'immagazzinamento dei grassi, inducendo un abbassamento della concentrazione plasmatica di trigliceridi e un probabile concomitante desiderio di cibi che ne sono ricchi. I cambiamenti nella regolazione dell'appetito, che si verificano durante il ciclo mestruale, potrebbero inoltre essere correlati all'omeostasi del glucosio o all'interazione tra ormoni sessuali e ormoni che partecipano ai complessi meccanismi di regolazione della fame e della sazietà (ad esempio grelina e leptina).



Ma c'è una novità! Alcuni studiosi dell'Unità di Ricerca in Nutrizione Clinica dell'Università di Copenaghen hanno recentemente tentato di sfruttare le conoscenze sulla fisiologia di ciascuna fase del ciclo mestruale e sulla loro relazione con la spesa energetica e il comportamento alimentare. Per lo studio, della durata di 6 mesi, sono state reclutate 60 donne in sovrappeso e in buono stato di salute. A 30 di esse è stata proposta la “Menstralean Diet” associata ad uno specifico programma di allenamento. I profili nutrizionali proposti sono stati pensati in modo che apporto energetico e composizione in macronutrienti fossero armonizzati con le 3 diverse fasi del ciclo mestruale e con le variazioni a carico delle preferenze alimentari e della spesa energetica. Nella fase luteinica (quella che precede le mestruazioni) è stata data maggiore rilevanza agli alimenti maggiormente ricchi di grassi di buona qualità e proteine, in quanto maggiormente sazianti. Al fine di soddisfare il desiderio di particolari cibi, ad esempio dei dolci, che spesso viene percepito prima delle mestruazioni, è stata suggerita anche della cioccolata fondente. Ma attenzione: nessun nutriente è stato escluso in nessun momento della sperimentazione. Si tratta solo di modulazioni nelle dosi e nelle frequenze di consumo dei vari alimenti.



Cosa è accaduto? Ebbene i risultati sono davvero incoraggianti!

Le donne che hanno aderito per l'intero periodo di sperimentazione alla Menstralean Diet hanno beneficiato di un calo ponderale quasi doppio rispetto alle 30 donne cui è stata proposta una dieta ipocalorica bilanciata (secondo le linee guida nazionali danesi).

In conclusione, questo rappresenta il primo trial clinico che esamina gli effetti di una periodizzazione dell'alimentazione e dell'allenamento sulla base delle oscillazioni ormonali che avvengono durante il ciclo mestruale. Per quanto preliminare e probabilmente non di semplicissima attuazione nella vita di ogni giorno, la proposta è suggestiva. Se confermata da ulteriori studi "la periodizzazione" dell'alimentazione potrebbe risultare un ulteriore strumento di aiuto per le donne. 





Bibliografia:


  • NRW Geiker, C Ritz, SD Pedersen, TM Larsen, JO Hill and A Astrup - A weight-loss program adapted to the menstrual cycle increases weight loss in healthy, overweight, premenopausal women: a 6-mo randomized controlled trial - Am J Clin Nutr, 2016; 104(1):15-20 
  • L Davidsen, B Vistisen and A Astrup - Impact of the menstrual cycle on determinants of energy balance: a putative role in weight loss attempts - International Journal of Obesity , 2007; 31: 1777–1785
  • L Dye and JE Blundell - Menstrual cycle and appetite control: implications for weight regulation - Human Reproduction, 1997; 12 (6): 1142–1151